GODZILLAMARKET AL PRIMAVERA SOUND

DA TAPAS REPORTER, A PALLINA DA PING PONG
SEGUE QUI LA MIA BREVE TRASFORMAZIONE PROFESSIONALE DURANTE IL PRIMAVERA SOUND FESTIVAL

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Il Primavera non sarebbe il Primavera, se – ad esempio – fosse a Cesano Boscone: con Barna infatti (per chi non lo sapesse il vero nickname di Barcellona, un po’ come Big Apple per New York. Cartellino rosso a chi dice Barça che indica invece una delle regine più acclamate dagli stadi), non può che essere amore a prima vista. Intricati quartieri di vicoletti, gente dal folclore rosso fuoco, palme e sole all-day-long per non parlare del prosciutto serrano conosciuto durante una notte raminga, con il quale sono da allora fidanzata ufficialmente.

Ma veniamo a noi, la mia condizione da tapas reporter è stata totalmente segnata dal mio soggiorno Fast and Furious al Parc del Forum – se avessi evitavo di prendere l’Airbnb avrei risparmiato soldi e tempo, e finalmente avrei provato la spericolata ebrezza di essere svegliata dai netturbini della playa alle otto del mattino -. E invece no, sono toccate pure a me le code interminabili (lotte vichinghe per accaparrarsi i pochi taxi di passaggio fuori dall’evento alle sette del mattino incluse), per essere poi buttata giù dal letto poche ore dopo dalle urla del mio neo coinquilino ispano-americano che giocava all’Xbox online.

Ma chissenefrega, Barcellona è meravigliosa e il Primavera ancora di più.

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Un enorme luna park di suoni piazzato proprio lì al Parc Del Forum, lungo la costa poco lontana dalla barceloneta. 13 palchi, 250 artisti, una pergola fotovoltaica grande quanto un campo da calcio che quando la vedi rimani a bocca aperta e non capisci se sia colpa della Nasa o se gli ingegneri catalani siano tutti dei grandi geni. 165mila persone felici praticamente tutte spagnole o made in Italy e una miriade di banchetti street food provenienti da ogni dove (ma un momento, perché le tapas no? Le ho cercate ovunque ma beccavo sempre e solo noodles. Missione fallita).
Poco merchandising, giusto una quarantina di mini stand, e assolutamente zero intrattenimento a parte la musica, che rimane il focus principale, ben saldo e senza rivali goderecci o attività varie come quelle che vengono proposte dai festival concorrenti.

E così, con un pass e uno zainetto, inizio tre giorni tutta sprint che pare quasi di essermi iscritta ad una gara di Triathlon. Nuoto tra i palchi vista mare, bevo mojito al Beach Club, riparto in bicicletta verso i main stage (per raggiungerli mi ci vuole quasi la benzina) e corro corro continuamente con cibo e birrette che volano per aria, balzando da un palco all’altro come una pallina da ping pong. Ecco in dettaglio cosa penso di ciò che ho ascoltato, visto, cantato, ballato, parlato e amato:

DAY1

CAR SEAT HEADREST Dalla Virginia più vergine c’è una band tutta indie e pubertà che vanta sul web e nella realtà un pubblico di aficionados canterini dalla prima all’ultima fila del Pitchfork Stage.

DESTROYER Musica d’autore e tanto folk-pop per un gruppo all made in Canada. Occhiali da sole e trombette, ora è tutto chiaro: siamo al Ray- Ban Stage.

KAMASI WASHINGTON Non poteva che essere nell’Auditorio Rockdelux. Live stepitoso tra gente in preda a momenti di estasi e maniaci dei pop–corn e patatine. 3.200 persone rigorosamente sedute e tutte rapite dai fasci di luce color arcobaleno e dalla magia del sax.

EXPLOSIONS IN THE SKY Molto sky e poco explosion, me li sono persa volutamente qualche giorno prima a Milano per potermeli godere vista mare. Erano all’Heineken Stage, il mare non c’era e nemmeno i fuochi d’artificio. Ahia.

TAME IMPALA Psichedelia e visual ipnotici come solo loro sanno fare. Questi me li volevo saltare, ma la fan che c’è in me non ha resistito. E ha fatto benone. Peccato per il meteo, qui pioggerellina e cielo aranciato non avrebbero guastato.

LCD SOUND SYSTEM Un’enorme disco ball proprio sopra il crapone di un James Murphy in ottima forma. Riflessi ballerini e cori da stadio su All My Friends.

BATTLES Chiaramente hanno fatto Atlas, e con questo penso di aver detto tutto. Mi sono ribaltata dagli spalti. Chiudo in bellezza il giorno uno.

DAY 2

SAVAGES Band tutta al femminile che sputa in faccia bombe noise rock alle prime file di gente già in attesa dei main alle 5 del pomeriggio. Camille sei una fica pazzesca. Vive la France.
(Il pubblico pensa di stare ascoltando già i Radiohead, che ancora stanno in aeroporto).

BEIRUT Si vola, ma non così in alto. Gran peccato non riuscire questa volta ad arrivare fino ai balcani. Zach non temere.
(Il pubblico non c’è, son tutti sotto l’altro palco, per i Radiohead).

RADIOHEAD Una hit dietro l’altra, Thom Yorke like a juke box. Due ore di estasi per i fan, tutti gli altri sono ai Dinosaur Jr. Bello eh, ma forse dovevo andare con loro.
(Il pubblico si è trasformato nel piccolo coro dell’Antoniano).

THE LAST SHADOW PUPPETS Alex Turner hai una verve che farebbe diventare gay persino Stallone. Entrata a sgamo nell’area vip giusto per averlo qualche secondo Standing Next To Me.
(Il pubblico spera che i Radiohead tornino per la terza volta sul palco e rifacciano Karma Police).

BEACH HOUSE Dopo Myth e Sparks possiamo andare tutti a casa a dormire felici. Let’s dream-pop. Sweet end per la serata del giorno due.

(Il pubblico sta ancora cantando Creep).

DAY 3

DAM FUNK Restrofuturista funkettone al palco Pitchfork. C’è chi se la bivacca seduto e fa aperitivo, chi si dimena sulla dance floor.

BRIAN WILSON Riemerge dalle acque californiane e trova una Barcellona che lo sta attendendo da più di 10 anni. Siamo all’Heineken stage, sta tramontando il sole e Pet Sounds suona attuale come se fosse stato fatto ieri. Famiglie, bambini e fattoni, tutti uniti sottopalco.

PUSHA T Con lui il Pitchfork stage si trasforma nella mecca del rap. Vescovo indiscusso circondato dalle sue due croci a led, benedice il pubbico con un pezzone dietro l’altro.
My name is Pusha T.

PJ HARVEY Me la sono persa: ero a messa con Pusha T. Ma ho sentito racconti pazzeschi. Per chi non ha amici festivalieri, vedi tutte le altre recensioni del web uscite sul Primavera: la troverete lì, venerata.

SIGUR ROS Mi dispiace per i fan ma un sonnifero era meglio. Sigur, tanto bravi e buoni visual, ma non fate per me. Tempo di durata sotto palco prima del sonno profondo: tre pezzi.

PARQUET COURTS Cambio palco alla velocità della luce (suonavano in concomitanza agli amici Sigur). E chi li aveva mai visti. Rimango folgorata. Ottimo live, presenza con grinta. Qui son soddisfazioni, soprattutto se torni e scopri che suoneranno a breve a Milano. Vi aspetto.

MODERAT Viaggioni intergalattici mode on. Non deludete mai. What a happy ending.

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(the day after)

BLACK LIPS Non dico di essermi fatta il festival aspettando intrepida i Black Lips, ma quasi. Alla fine gli anni del liceo passati ad ascoltarli non li scorderò mai. Con dispiacere vi ho trovati scarichi.
R.I.P. Con risurrezione.

 

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Margherita Devalle

Foto di Ottavio Fantin